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MOSTRE
I’ll Be There to Drink Your Tears
Museo Paleobotanico – Martis (SS)
Corso Umberto I, 12
a cura di Eleonora Angiolini
A cura di Eleonora Angiolini, l’esposizione mette in dialogo le recenti produzioni pittoriche di Cardia e Sotgiu, due pratiche che si collocano agli estremi di un ampio spettro di possibilità della pittura contemporanea. Se Sotgiu costruisce immagini silenziose e calibrate, radicate nell’osservazione fotografica del quotidiano, Cardia affida alla materia e al gesto pittorico la costruzione del dipinto, lasciando emergere forme e tensioni attraverso lo stesso processo creativo.
Il titolo, I’ll Be There to Drink Your Tears, introduce una relazione intima e ambivalente, sospesa tra prossimità e sconfinamento nel territorio emotivo altrui. Bere le lacrime dell’altro è un gesto che può essere letto come atto di cura, desiderio di condivisione o appropriazione di un’esperienza emotiva che non ci appartiene del tutto. Ed è in questa zona di ambiguità che si sviluppa l’incontro tra le due artiste: un confronto che, pur partendo da presupposti formali opposti, rivela inattese consonanze attorno ai temi della memoria, dell’affettività e dei modi in cui l’esperienza quotidiana viene tradotta in immagine.
“Inconvenience is the cost of community, I repeat to myself as I climb six flights of stairs for my friend’s birthday party for her cat.”
“C’è un prezzo da pagare nel far parte di una comunità, mi ripeto mentre salgo tre piani di scale per andare alla festa di compleanno del gatto della mia amica”
Victoria Abraham, @fatfabfeminist, X (Twitter), 20 agosto 2025
La prossimità non è mai neutra. Avvicinarsi a qualcosa significa già trasformarlo: tradurre la distanza in forma, rendere un’esperienza altrimenti non assimilabile per la nostra percezione del mondo in una possibilità leggibile, accessibile, condivisibile. È con questo principio che I’ll Be There to Drink Your Tears mette in relazione due pratiche pittoriche che interrogano due possibilità distinte per la pittura ed il modo in cui l’esperienza si deposita in immagine, ma a partire da presupposti differenti: nel lavoro di Rachele Sotgiu, attraverso un processo di raccolta, osservazione e lenta sedimentazione di materiali visivi provenienti dalla cultura visiva contemporanea e dallo spazio domestico; nel lavoro di Cardia, attraverso una relazione diretta con la natura e con l’esperienza personale, che si traduce in gesto e materia sulla superficie pittorica.
La mostra è legata anche all’invito, per Cardia, di passare un mese di tempo in residenza a Martis, dove la pittrice ha trasformato la palestra dell’ex scuola media del paese nel proprio spazio di lavoro. In questo contesto, nel corso del mese di Maggio 2026, ha potuto realizzato Duna, la tela di maggiori dimensioni inclusa in mostra. Questa opportunità ha ridefinito lo spazio di lavoro dell’artista non solo come luogo di produzione, ma come stato di sospensione del tempo in un frangente predefinito a priori. La scansione del progetto allestitivo riprende questa logica, articolando il ritmo tra le opere alla pari di un tempo dilatato ma discontinuo, attraverso intervalli irregolari tra le pareti che rendono il dialogo tra le due ricerche pittoriche continuamente negoziabile e aperto.
Nella pratica artistica di Sotgiu, la pittura è preceduta da un processo continuo di accumulo visivo: un’attenzione costante alla cultura contemporanea, alla moda e ai suoi sistemi di rappresentazione, ad oggetti simbolici intesi non come repertorio iconografico, ma come campo di codici ricorrenti e riconoscibili. Fotografia e disegno operano spesso come dispositivi di registrazione preliminare, prima di approdare alla pittura, che si sviluppa come processo fortemente temporale e sospensivo, in cui l’immagine può essere cancellata, riattivata, riscritta. Ne deriva una pratica in cui il risultato pittorico si allontana progressivamente dalla propria origine, perdendo una funzione documentaria ma mantenendo una densità percettiva e affettiva, situata tra memoria individuale e riferimenti a simboli e strutture incisive della visual culture contemporanea.
Nel lavoro di Cardia, al contrario, l’immagine non precede il dipinto, ma la superficie pittorica si genera in divenire. Gesto, materia e stratificazione definiscono un processo in cui la forma non è mai data in anticipo, ma emerge per sedimentazioni successive. In questo processo è percepibile una presenza costante della natura, mai dichiarata in modo esplicito né tradotta in immagine riconoscibile, ma leggibile nel ritmo, nel colore e in dinamiche di accumulo, erosione e
trasformazione. Le opere si configurano come uno spazio bidimensionale di relazione tra corpo, materia e ambiente, in cui le componenti si influenzano reciprocamente senza mai risolversi in una rappresentazione riconoscibile del reale.
La mostra riunisce lavori provenienti da tre nuclei per ciascuna artista. La specificità delle rispettive ricerche e l’intensità ambigua della loro prossimità emergono con particolare evidenza in una parete della seconda sala, dove un gruppo di lavori di piccolo formato della serie Faire ses ongles di Sotgiu e i dipinti della serie Delle lacrime e delle onde di Cardia sono disposti a ritmo serrato. In questo accostamento, la scala dimensionale diventa una forma di intimità non risolta, aprendo uno spazio di dialogo affidato al colore e alla gestione dello spazio del segno del segno pittorico.
È in questa condizione di vicinanza instabile che prende forma la mostra e l’esperienza dettata da I’ll Be There to Drink Your Tears: una possibilità di relazione che non si chiude in un significato unico ma resta attraversata da una tensione continua, tra prossimità e distanza, tra ciò che può essere condiviso e ciò che resta irriducibilmente estraneo nei confronti dell’altro. Come scegliere di bere le lacrime dell’altro può essere letto come un gesto di cura, un desiderio di condivisione o, talvolta, una forma di appropriazione di un’emozione che non ci apparterrà mai completamente.
Eleonora Angiolini
Installation view di Francesca Truddaiu